È come quando hai corso tutta la corsa che potevi correre.
Che respiri amaro e ti viene da sputare tutto, anche se poi, in fondo, non hai altro che aria liquida da buttar fuori.
Mi sento così e non so proprio che farci. Sarà che tutto il lavoro, il carico immenso di lavoro che mi sono preso sulla testa per non pensare, alla fine è finito. O quasi. Sarà che non sono riuscito che a incappare in progetti affogati o naufragati. Sarà questo o che non viaggio da, davvero, troppo, troppo tempo.
O che mi guardo allo specchio e fatico a capire chi c'è rimasto dietro.
Nei giorni così penso solo al mama's porch, quello che per me non era il porch ma quasi. Era un giardino con la staccionata e sembra così lontano ora che è diventato, sta diventando, un libro. A volte mi chiedo se lo sto scrivendo per non perdere i miei ricordi o per riviverli, il risultato è che mentre li scrivo è tutto perfetto è dove voglio essere, è chi voglio essere. Ma dopo, quando mi fermo, quando finisco un pezzo e probabilmente quando finirò tutto sarà solo un libro e avrò, comunque, perso tutto.
Perché si perde sempre tutto alla fine? Non si potrebbe avere una sacca che quando la apri le cose sono di nuovo lì come erano? Le persone mi durano solo giorni, poi le perdo come i portachiavi, così li perdo, che dovrebbero badare alle tue chiavi – diamine li compri per quello, si chiamano porta-chiavi – e invece li perdi sempre prima delle chiavi. Si consumano e cadono da qualche parte, scompaiono o magari li prende qualcuno. Così succede con le persone.
Perché non puoi avere cuore abbastanza per tutto, mi dico, perché non ti basta mai il fiato? Non è giusto.
mercoledì 22 febbraio 2012
martedì 17 gennaio 2012
C'era una vola il Virgin Megastore
Una cosa che ho scritto tantissimi anni fa. Nel 2005. È una storia breve. La posto senza nemmeno metterla a posto dove vorrei. Vale come un calcio in culo molto personale a me stesso.
Scendo di sotto dalle scale all'entrata, proprio da piazza Duomo. Chissà come sarà vederla per davvero, un suo concerto; suonerà tutte le canzoni che amo. Cerco la biglietteria, deve essere dove ricordo, in fondo al reparto musica internazionale. Vedo una ragazza carina, ma sta con un ragazzo; vorrei abbracciarla e intrufolarmi nella sua maglietta come se fosse la sua vita. Mi avvicino al banco dove la commessa è grassa e con gli occhi azzurri e profondi. Mi dice qualcosa, ma non capisco per via della musica che si sente nella stanza. Faccio il gesto di scrivere; chiedo sempre carta e penna. Me li porge. Scrivo piano a caratteri grandi, in stampatello, perché possa capire, quelle lettere che mi danno un po' di emozione a pensare che la vedrò davvero; ci tengo così tanto. T poi O poi R poi I, poi AMOS. Sento che mentre scrivo qualcuno mi osserva e non so se la vergogna è forte o debole. Ho perso l'abitudine.
martedì 10 gennaio 2012
2012 cose

Scrivendo una sceneggiatura dopo l'altra.
Una nuova puntata di una serie live action per Luxvide. E la graphic novel di Frankenweenie. Sì, quello nuovo di Tim Burton. Di cui non posso dire nulla, ma presto magari sì.
Scrivendo altro – un libro, un gioco di card, un progetto grande di card e libri insieme – insomma, ho pensato a una cosa.
Sarà forse per Collateral o per Drive, che sono un po' la stessa cosa. O forse per Game of Thrones.
Ho pensato a un personaggio. A uno che si tira le sberle in testa per svegliarsi, perché crede sempre di essere addormentato. Che si spacca il palmo della mano sul cranio, che si schiaffeggia. E tira i muscoli del collo e delle mani. Uno che sa bene che il tempo guarisce tutto. Lo ripete a tutti. Il tempo cancella tutto. Lo dice anche a me, io dico sei sicuro e lui giù a ripetere fidati. Se gli dai abbastanza tempo, al cuore, cancella anche tua madre. O tuo padre o il tuo cane o l'amore della tua vita - ammesso che esista una cosa come l'amore di una vita intera, dall'inizio alla fine - almeno lo cancella nel senso che non ci pensi ogni minuto, ogni ora, ogni fottuto secondo che la tua testa non è occupata per forza in qualcosa come il lavoro, le bollette, il calcolo della parabola di una palla in una partita. Quindi sì, dopo si sta meglio. Così mi dice, mi convince. Quello che pensavi che era eterno e importantissimo per te, come la pelle che ti tiene insieme, poi scopri che non lo era. Non dire che è impossibile, mi ripete. E capisco che per lui, lui che si prende a colpi per svegliarsi, sono scemo a credere che non sia così. Un completo idiota. Perché è così e basta. Cambi città, cambi lavoro, cambi panettiere e bam, d'improvviso non ci pensi più a quella cosa. Parola d'onore, il tempo guarisce ogni cosa.
Il problema, però, non è il tempo che passa e ti aiuta. Mi fermo. Mi guarda. Il problema non è non pensare alle cose, al passato, a quello che non è più qui. Il problema è che quello che è stato c'è ancora. Lì, in quel momento. Alle cose non ci pensi più, ma non serve a niente. Se hai tradito tua moglie, poi puoi anche non pensarci ma lo hai fatto, in quel preciso momento è ancora lì come un marchio e tu sei lì che le vieni dentro guardando la giacca che si stropiccia sulla poltrona, magari pensando che non lo farai più anche se la settimana dopo scoprirai di averti mentito. Forse per te non è un problema, mica sto dicendo di no, ciò non toglie che lo hai fatto. Se da piccolo ti picchiavano a scuola, ti cacciavano la testa nella turca del bagno delle ragazze, ti menavano dietro l'angolo del campetto scatarrandoti in gola e costringendoti a ingoiare, in tre che puzzavano di fumo e te lo soffiavano negli occhi per farti piangere, beh, quella cosa è presente. È lì, ferma, indelebile come un cazzo di universo. Forse per te è acqua passata, ma non vuol dire che non te l'abbiano fatto. Sono cose indelebili, più indelebili del sole stesso. Puoi dimenticarle, ma non puoi evitare che esistano. Così mi dice.
Ma mi dice anche un'altra cosa. Questo significa anche che le persone che hai perduto, quelle importanti, quelle che hai amato, continuano ad amarti. Il tuo cane è ancora accanto a te, che scappa correndo in un prato. E lei è ancora sulla rubrica del telefono di casa tua, perché è ancora viva. È una cosa confortante, no?
Non lo so. Per me non funziona così, credo. A me viene più facile veder lì le cose brutte. Sono quelle che fatico davvero a dimenticare, anche se non ci penso spesso. Le cose belle invece sbiadiscono sempre troppo facilmente. Come i quaderni scritti con la stilografica della pelikan. A sfogliarli adesso sembrano fantasmi di parole, che stanno scomparendo come la foto di Ritorno al Futuro.
Anzi, ora che ci penso, di solito faccio un'altra cosa io. Trasformo le cose brutte in cose belle. Visto che sono così indelebili, così grandi, facci finta che le cose brutte siano cose belle. Le cambio, le travesto, mi invento che sono bellissime e che mi hanno fatto felice quando in quel momento, in quel preciso momento non è stato affatto così. È il mio modo di fregare tutti.
(Buon Anno)
(No, non sparirò di nuovo per altri tre mesi)
(Magari solo due)
giovedì 22 settembre 2011
Oh My Heart (di Super 8, R.E.M. e pesche)

Lo so, non posto da mesi.
No, non è che voglio chiudere il blog. Non è neanche che non ne ho voglia. È che mi sono lasciato trascinare apposta nel gorgo del lavoro. Lavoro. Scrivo per lavoro, che doveva essere solo la mia religione. Spero di non fare la fine di Soren K, JD.
Volevo solo dire tre cose.
Che non mi arrendo. Che non avremo FINE, ma avremo altro. Promesso. Ci sto lavorando. È che sono dannatamente lento. Me lo ha detto ieri anche il mio amico Max. Sono lento, costante e inarrestabile, ma lento.
Che questa cosa di Scream 4 ancora non ho capito come farla ma non mi schiodo dalla mia posizione. Le cose che vogliamo sono quelle sbagliate. E lo confermo dopo aver visto quella schifezza di SUPER 8.
Che non solo è fatto male - ci sono robe telefonate che nemmeno nelle Verità Nascoste. Se ascolti i primi 20 minuti di dialogo capisci tutte le svolte della trama. E non è solo questo. I personaggi sono finti da morire. Dovevano fare un gruppo di ragazzini simpatici e hanno fatto un gruppo di ragazzini simpatici. Ma non sono veri. A parte forse per il regista, quello che "non è ancora magro", quello che sembra JJ e Steven insieme. Quello mi è piaciuto. Ma gli altri, gli altri no. Cioè, sono uscito dal cinema e non riuscivo a ricordarmi il nome di nemmeno uno di loro. Com'è possibile? Sono gusci vuoti, come la storia, sono il fantasma di una cosa che ti sembra di ricordare. Come cercare di riprodurre la Coca Cola senza ricetta.
Per non parlare della trama, che fa acqua da tutte le parti, del montaggio che perde pezzi (come cazzo fanno a uscire dal labirinto sotterraneo, per cominciare?) e di una regia che non ha nulla da dire. Cinque minuti di vagoni ferroviari che esplodono sono la summa del film. Come a dire: è tutto qui, scusateci.
Non è che voglio fare il nostalgico a tutti i costi, e dire che i Goonies erano un'altra cosa. Che Navigator era un'altra cosa, e Stand by Me e persino Explorers. Non è questo il punto. Il punto è che non puoi raccontare la stessa cosa, non puoi fare finta che non sia successo niente nel mentre. Non fatemelo dire, cazzo. Mi sembra di essere Cervantes (magari). Che il romanzo cavalleresco è finito. Morto. E noi siamo dei poveri scemi che vanno a caccia di mulini a vento.
La terza cosa. Che è agghiacciante crescere. Mi spiego. È agghiacciante crescere e scoprire che le cose che temevi sono esattamente come le temevi. Sono gocce, me ne rendo conto, che le cose gravi nella vita sono altro. Però basta. I raccomandati, i ricchi annoiati, i piccoli meschini lavoratori del mio settore - la gente che scrive - sono sempre più tristi. Sono un cuore sempre più debole, polmoni sempre più fiacchi. E così, di recente, lavoro a serie TV che copiano le serie TV americane - nel senso di ricalcare i personaggi proprio. Gente, mi pagano per saccheggiare le serie TV americane. Boris, anyone?
E ci sono i cartoni animati fatti a cazzo di cane e i fumetti sceneggiati nello stesso identico modo di quando non c'era stato il millennium bug, di quando c'erano le torri gemelle, gli americani erano i buoni e Berlusconi era quello che aveva le televisioni e ci stava simpatico perché faceva il Drive in e i comunisti erano solo quella cosa da grandi del collettivo di sinistra che al liceo ci stavano tutte le meglio fighe.
Intendiamoci, non è che io non sia parte del problema e che non ci siano le eccezioni. Nei cartoni animati e nei fumetti e nei libri. Ci sono, ma sono eccezioni. Ecco. Forse è questo che rimpiango, che una volta, quando non ero ancora cresciuto (come il ragazzino di Super 8 non è ancora magro), avevo le illusioni non le eccezioni. E mi piaceva di più.
Basta, la pianto di lamentarmi che se no nemmeno i miei 25 lettori mi conservo. Però scusate, non vi dà fastidio abituarvi alle cose? Non vi si rivolta la calotta cranica a pensare al ragazzino o ragazzina che eravate? A me sì.
Detto questo, c'è che i Pearl Jam compiono 20 anni.
C'è che i R.E.M. si sono sciolti e con questo sono più seri di gente come gli U2 o i Rolling Stones. Perché le cose finiscono, prima o poi. Tutte.
E c'è che questa canzone che hanno fatto è totalmente loro, così vecchio stile da suonare quasi noiosa e falsa. Ma poi non lo è perché pensi che è l'ultima. Come l'ultimo sorso di birra prima di andare a casa, quello che fai fatica ma non vuoi lasciarlo lì. Come l'ultima pagina di un libro che ti è piaciuto, come il primo passo fuori dal letto la mattina, come l'ultimo movimento dentro di lei, dopo che l'amore è già finito, come i titoli di coda della Pixar quando ci mettevano le cose da ridere. Come la pesca che hai lasciato in frigo, ti eri ripromesso di mangiarla e quella ha deciso di marcire. Che stronza.
The kids have a new take
A new take on faith
Pick up the pieces
Get carried away
I came home to city half erased
I came home to face what we faced
This place needs me here to start
This place is the beat of my heart
Oh my heart
Storm didn’t kill me
The government changed
Hear the answer call
Hear the song rearranged
Hear the tress, the ghosts and the buildings sing
With the wisdom to reconcile this thing
It’s sweet and it’s sad and it’s true
How it doesn’t look bitter on you
venerdì 22 aprile 2011
Evolution, baby

Ho visto Scream 4.
Considerato che Scream 2 è stato uno dei miei film preferiti di tutti i tempi, sono di parte. Ma anche chissenefrega.
Scream 4 non è un capolavoro di film. È un film medio. Medio decente.
Eppure ha qualcosa di importantissimo che spedirei un sacco di gente a calci nel culo a vederlo.
*Spoiler alert, parlerò del finale, eh.*

Alla fine è stata la cugina. Era lei ghostface stavolta. Ma non è questo il punto. E nemmeno l'idea geniale (per me) di rifare il primo film senza dirtelo, con le stesse identiche scene. No, per me la cosa geniale, rubata a Californication (episodio 11 della serie 1) va detto, è il perché la cugina lo ha fatto.
Lo ha fatto perché voleva la fama di Sydney/Neve Campbell: che cazzo, pensi che io voglia studiare, faticare e lavorare? dice. Voglio la fama, voglio essere al centro dell'attenzione, voglio i soldi, voglio quello che hai tu e lo voglio ADESSO. E quasi ci riesce, pure. Quasi.
Come quasi ci riesce Mia in Californication, che ruba il libro di Hank e dice le stesse parole. Non voglio lavorare, voglio quello che hai tu. Ma non durerà, la avverte Hank.
Mia: I never intended to be famous, but I do like being the center of attention. It feels just like I thought it would. Totally fucking great.
Hank: But it's gonna go away.
Hank: But it's gonna go away.
Ecco. Sta tutto in quel VOGLIO QUELLO CHE HAI TU. È lì l'errore, me ne sto convincendo. L'errore bellissimo e commuovente di un'intera generazione. La mia. L'errore supremo che ci fa cadere come solo noi sappiamo. Il problema non è che non possiamo raggiungere quello che vogliamo. Il problema è che vogliamo le cose sbagliate.
Perché abbiamo visto solo quelle cose e non sappiamo cosa possiamo volere di diverso. Perché il mondo del passato (delle case editrici, dei magazines, dei libri e dei cd, delle riunioni con dieci persone del marketing che non capiscono un accidenti di niente), quel mondo sta crollando e non sappiamo cosa c'è dall'altra parte del muro. Perché ci hanno insegnato, perché ci mostrano costantemente che questo è quello che è giusto volere. La fama. La fama che hanno tutti gli altri tranne noi.
Ma quegli altri sono vecchi e vengono da un mondo che non è il nostro. Non più. E non ci riesci, ci puoi provare a diventare Syndey Prescott, ma non ci riesci, alla fine. Alla fine fallisci. E basta. Perché era una cazzata provarci sin dall'inizio.
E allora? Allora forse è venuto il momento di volere cose diverse. Per non fare la fine di Jill in Scream 4, per non fare la fine di Mia in Californication, ma nemmeno la fine di Justin Bieber o chi per lui. Basta. Cambiamo le regole del gioco. Cambiamo quello che vogliamo. E non saremo un remake, non saremo un sequel o un prequel, non saremo nemmeno un reboot. Saremo una cosa nuova. Che gli facciamo prendere la strizza alle palle a queste cariatidi che ci circondano.
lunedì 11 aprile 2011
Senza Palle I

Due cose, che sembrano non c'entrare ma c'entrano.
Questa è la prima, anche se l'ho scritta dopo. Qui sotto trovate la seconda.
Cartoons on the bay.
Ci sono andato sabato. Andata e ritorno. Non ho visto molta roba, ma tanto non è di questo che volevo parlare. C'è una terrazza bellissima all'Hotel Excelsior che dà sul mare e ti ci puoi sedere a prendere il sole. Un caffè costa 4 cazzo di euro, ma la cosa buona è che non devi prenderlo se non vuoi. Fosse sempre così la vita, sarebbe bello no?
Ho fatto un pranzo con Warren Spector. È stato bellissimo. Non perché Warren Spector è Warren Spector. Cioè, anche. Ha visto e fatto la storia del videogioco. E ha raccontato di quando giocava a Dungeons & Dragons con Bruce Sterling come Dungeon Master. E questo già bastava perché anche io come lui conservo le mie prime schede di D&D e dio solo sa quanto darei per tornare indietro. Forse è questo che facciamo. Cercare di tornare a quel momento in cui diventare un personaggio era diventarlo davvero.
Ma non è stato solo questo. Warren è intelligente e si applica. Nel senso che non è seduto, vuole di più. Warren ha una visione ed è disposto a perdere tutto per quella visione. E quando ci parli, se ci parli come ci ho parlato io, non puoi non sentire questa cosa anche un po' tua.
Poi.
Poi vai alla premiazione di Cartoons on the bay. E ci sono politici e dirigenti RAI lì. C'è Garimberti e c'è Marano. In prima fila con le guardie del corpo. E a un certo punto Garimberti sale e presenta un altro dirigente RAI. Uno che non mi ricordo il nome. Dice che è giovane, mica come dicono sempre della RAI che i dirigenti non sono giovani. Io non sono bravo a giudicare dall'aspetto, ma a detta dei miei vicini di sedia ne ha almeno 50 di primavere alle spalle il giovane. Ma non è questo. Il dirigente giovane dice una cosa in inglese. Tre parole in croce, pronunciate bene per carità di dio, però non era Shakespeare. Sta di fatto che il presidente della RAI dice, senza un filo di ironia, senza neanche la possibilità che fosse ironico il tono, dice una cosa tipo: visto? poi dicono che alla RAI siamo vecchi. I nostri dirigenti sono giovani e sanno persino l'inglese.
Ecco. La chiudo qui. Non credo che ci sia altro da dire. Noi lottiamo su un ring dove anche le corde sono truccate. Giochiamo a un gioco vecchio per spettatori vecchi.
Prima di tutto spegnete la TV. Per sempre. Io l'ho già fatto. Poi cominciamo a ideare un nuovo modo di parlarci. Un modo che ci faccia mangiare a noi che creiamo, che ci dia i soldi per farlo. Perché è un lavoro, non dimentichiamolo mai. Che sia anche un modo per dare a voi storie che non siano passate sotto le unghie di dinosauri del genere. Ci sono tanti modi ora, non so quale sia quello giusto. Ma ho la sensazione che non sia nessuno di quelli ora disponibili. Secondo me dobbiamo uccidere Batman prima che noi Robin possiamo davvero avere una chance. Con l'autoproduzione, la produzione di nicchia, l'ebook o qualsiasi altra cosa. O un giorno, inevitabilmente, ci ritroveremo anche noi su quel palco. E francamente non lo augurerei al mio peggior nemico.
Senza Palle II

Due cose, che sembrano non c'entrare niente.
Ma c'entrano eccome. Questa è la seconda, anche se l'ho scritta per prima. Tra poco qui sopra trovate la prima.
Boris, il film.
Partiamo con questo. Io sono un fan della serie TV. Anzi io adoro la serie TV. La venero. So le battute a memoria, so le scene a memoria, quasi tutte le scene voglio dire. Rido e sto male quando penso al monologo sulla locura.
Il film di Boris mi ha fatto schifo. Aspettate, non credo sia una mera questione di gusti. Perché ho avuto i conati di vomito alla fine e non erano, non potevano essere giustificati solo dal gusto. Boris, il film, non è neanche una brutta puntata della serie TV. Non è niente.
Anzi è peggio. Perché non è solo scritto male e girato male - il che già basterebbe. E non è solo il fatto che i personaggi agiscono a cazzo di cane, senza motivazione. Che lo stagista e Arianna si baciano senza alcun motivo nel finale, senza che ci sia progressione, come se niente fosse. Sia per chi non sa nulla sia per chi sa tutto, questo è un insulto. E non è solo quello che dice. A parte due battute felici, non fa ridere. E non è vero che Boris non deve far ridere. Boris DEVE far ridere come Fantozzi faceva ridere. Di un riso che poi a casa stai male da quanto ti ci vedi dentro. Che se non fa ridere non rifletti.
Ma non è neanche solo questo il problema.
Potrebbe essere il fatto che se non hai visto TUTTE le puntate di TUTTE e 3 le serie non capisci niente e ti perdi ogni riferimento. Allora che senso ha un film così?
Ma, di nuovo, non è questo. La cosa peggiore è che prendono per il culo il cinema senza saperlo fare. Finché affondi le mani nella melma TV perché vieni da quel mondo io lo sento che mi stai dicendo la verità. E rifletto. Rido e rifletto. Ma quanta supponenza e falsa ideologia c'è nel prendere in giro i direttori della fotografia che hanno bisogno di una luce perfetta per girare quando tu non sai fare neanche un campo lungo come dio comanda? Quanto è italiano (sì, come dice Stanis) ironizzare su quelli che si sono fatti il culo per imparare un mestiere quando tu non hai mai nemmeno provato a farlo? Fare Tv e fare cinema sono come fare il pilota di formula 1 e di motoGP. Non è impossibile passare da uno all'altro, è comunque velocità, ma diavolo se è difficile riuscirci.
Ma la cosa peggiore forse non è neanche questa. Forse il problema è che Boris, il film, prova malamente a ripetere il senso dell'ultima puntata della terza serie. Quando René decide che si è rotto le palle di provare a fare Medical Dimension, che è tutto inutile. È meglio la merda, perché solo questo si può fare in Italia. La merda. Ma nel film non è la stessa cosa. Nel film René rinuncia a fare qualcosa di bello non perché è impossibile in Italia - da qui la critica e la follia ironica della locura. No, René rinuncia perché boh, perché costa un sacco di fatica, perché è un casino e ci vuole pazienza e sei partito già male e quelli che fanno cinema c'hanno la puzza sotto il naso. Un po' poco, no?
Ma, ora la pianto, anche questa non è la cosa peggiore. La cosa peggiore per me è un'altra. Che ha a che fare con l'essere onesti con se stessi e con quello che stai facendo. Ha a che fare con l'avere le palle.
Il cinema italiano, così come molte altre cose, sta andando male. Non c'è spazio, non ci si riesce a farsi vedere in nessun modo. A meno che non lo succhi a qualche ministro o sei figlio, parente stretto di un qualche nome del cinema del passato. O sei ricco - essere ricchi è sempre un'opzione valida. Ma proprio perché è così, una volta che ci riesci ad avere un'occasione tu fai una schifezza del genere? Ma allora c'hanno ragione a dare i soldi ai cinepanettoni. C'hanno ragione sì.
Ecco, questa è la cosa peggiore. Questo aver sprecato tutto, con un colpo di coda misero e riuscito male. Con un film che è fatto male e per questo non arriva a nessuno. E che in realtà non ci prova mai, nemmeno per un secondo ad arrivare. Scusate se sono così furioso, non è che mi aspettavo di più da Boris, il film. È che mi aspettavo di più da un film che non è un cinepanettone. Tutto qui.
Poi vabbé, a un sacco di gente è piaciuto e io resto allibito ogni volta che ne leggo o sento parlare bene. Ma davvero vi è piaciuto? Ma com'è possibile? Ma secondo voi il problema dei cinepanettoni è che fanno le scoregge? Secondo voi è davvero solo per quello che la gente ride? Forse sono io che sto diventando intollerante. Ma, fidatevi, è davvero da un'altra parte il problema.
mercoledì 16 marzo 2011
Fai il persiano

Notte strana questa,
notte di pianti e di alcool. Di gente che beve.
C'è lei che piange perché ha perso la voce, la voce di un suo amico non ci sarà mai più. È morto un suo amico e lei pensa, sa che la sua voce non dirà più nulla, nulla di nuovo cioè. Io non so se è la voce che non c'è più che mi colpisce; quello che mi fa male, malissimo da non riuscire a dire quando perdo qualcuno è che quella persona diventa un vuoto enorme e grande che avvolge tutto e tutti, prima o poi.
Ma c'è anche che le persone, un po', se sei fortunato, restano in te. In un modo che illumina le cose.
Fuori piove, piove tantissimo stanotte. Come quando piangi e non riesci a smettere. O bevi perché tanto non lo senti più.
È una notte strana perché c'è anche lei, un'altra lei, che piange. È perché non vede, in qualche modo è colpa anche di lui, non riesce a vedere quanto è meravigliosa. Quanto è e potrebbe esserlo più di tutti.
E anche lei beve. Ma per dormire, dice, perché domani passa tutto.
Poi penso. Sono successe mille cose. Tra le altre, tra le mille, questa. Che l'ha già detta Makkox ed è difficile ripeterla, impossibile meglio, ma. Mi sento stanco. Mi sento che sono davvero, davvero stanco. Di lottare dico. Ci hanno fiaccato. Sono riusciti a rendere la nostra lotta inutile. Non la vittoria, il fatto proprio di lottare. Perché alla fine ovunque ti giri ci sono persone che lavorano perché gli viene dato uno stipendio, ma non gliene frega niente di quello che fanno. Generalista? Populista? Sì, forse, ma ultimamente ne incontro uno/a tutti i santissimi giorni del Signore di questi prodotti inutili di Dio. Io dico, ma come fai a fare una cosa che non vuoi e a farla male, TUTTI I GIORNI, e mandare in vacca un Paese intero? Come fai a guardarti la notte, allo specchio, quando per caso ci passi davanti perché sei andato a fare la pipì? Che quello è il momento della verità, come ha detto qualcuno.
Ci hanno fiaccato. Perché vogliamo entrare nel loro mondo. Invece di correre, di costruire un ponte con il futuro (sembrano parole stupide, ma voi ci riuscite a fare un ponte con il futuro? cioé non a buttarvici dentro, né a far finta che non ci sia un futuro, ma a farci un ponte? Io non lo so se sono capace ma vorrei provarci) insomma invece di volere quel cazzo di ponte vogliamo starcene nel passato. Vogliamo il contratto di lavoro (e chi dice nulla, è giusto), vogliamo essere i capi che ci hanno vessato fino a ieri (passare dalla parte del vincente, pensate all'ultima scena amara, amarissima e italiana fino al fottuto midollo in cui vediamo il commissario Scialoja in Romanzo Criminale), vogliamo fare i giornalisti sui magazine che non sopportiamo (perché diciamoci la verità i magazine parlano a della gente che non esiste) e vogliamo essere gli scrittori di successo di un romanzo di genere vecchio, vecchissimo.
Perché invece non facciamo un bel ponte e salviamo il passato dalla perdita e il futuro da una figura imbarazzante? Voglio un ponte dove metterci le cose belle, che sono tutto il contrario dell'essere arresi e fiacchi, un ponte che porti verso l'ipad e l'ebook e tutto quello che volete ma non si fermi lì (che sono MEZZI per favore non scordatevelo, mica sono contenuti - è come se tutta un'epoca avesse perso la testa per una pergamena di 3 grammi meno spessa delle altre, cioé grazie che la devo portare sulle scale dell'abbazia e c'ho il mal di schiena, ma anche sticazzi andava bene pure prima - mi sembra che come improvement non ci siamo se non per una quantità di spazio, e mi fa ridere tutto sto casino perché hanno inventato una roba dove ci stanno tanti libri nel posto che prima ne occupava uno - di nuovo, bravo ma adesso andiamo avanti, inventa qualcosa di nuovo, dai). Scusate non ho bevuto ma deliro lo stesso. Riassumo il controllo di me, nonostante l'assenza di sonno (che toglie a un uomo le sue facoltà, vero JD?).
Il fatto è che prima di arrendermi del tutto e del non voler più reagire vorrei provare a farlo sto ponte. Che non sia per i ricchi e i raccomandati, che non sia per chi ti fa pagare il canone rai anche se non hai la TV e ti costringe a lottare come un cane senza una zampa contro un branco di bisonti incazzati per evitare di farlo, che non sia per un Paese dove i soldi della Grante Rete Internet vengono dirottati sulle TV del presidente del consiglio, che non sia per un Paese dove la gente prima cerca di fregarti poi si alza la mattina, che non sia per la gente stupida, non tutta almeno, che non sia per le storie brutte, per nessuna storia brutta, e che non sia per chi imbroglia, mai, per il freghino meschino che vuole solo una briciola. Se ragioni in briciole avrai solo briciole. E soprattutto che non sia per un popolo senza dignità, che si fa prendere per il culo perché speriamo tutti di avere un pezzo di quella briciola. Un pezzo di briciola? E andiamo, cazzo. Su.
Io lo so che le mamme che spingono le figlie a farsi il potente di turno ci sono sempre state, non sono un illuso, sono un realista. Ma so anche che non voglio più gente fiacca. E ci provano a fiaccarmi, Dio solo sa quanto sia facile per loro riuscirci. Ma no. Fottetevi, no.
Quindi? Quindi è una notte strana, quindi i vecchi metodi da casa editrice (per parlare di ciò che conosco - Mark Twain sei fiero di me?) sono vecchi e sono con voi, abbattiamoli. Cambiamo questo modo di fare letteratura/riviste/fumetti che, mi sembra sia sotto gli occhi di tutti, culturalmente ha fallito sotto tutti i punti di vista. Ma col cazzo che vi faccio creare un mondo di ipad e iphone e TV senza contenuto. Quello non me lo togliete, quello dovete uccidermi - e uccidere tutti gli altri - per riuscirci.
Sarà la pioggia. Ma vi siete mai chiesti una cosa? Di tutti i mezzi e gli accessori che abbiamo creato ce n'è uno - uno non semplicissimo come il cucchiaio o la ruota, uno meccanico - che non è mai cambiato. Che da più o meno 3000 anni è sempre lo stesso. Identico. Scomodo e comodissimo. E semplice e irrinunciabile. Quale? L'ombrello.
Sì, l'ombrello, questo bellissimo oggetto senza senso che non siamo capaci di migliorare. Cioè un giorno un tizio - presumibilmente un persiano - un mattino di migliaia di anni fa si è alzato e ha inventato una roba che manco Steve Jobs è capace di migliorare oggi. Sì, ok, ci abbiamo messo le molle e il pulsante, ma alla fine sempre quello è. Un bastone con in cima un tessuto teso che protegge dalla pioggia. Tutto qui? Tutto qui. Un diavolo di ombrello.
Pazzesco, no? Ma è rinfrancante, in un certo senso. Come se questo vortice fosse amministrabile, come se il ponte fosse lì, solo non riusciamo a vederlo per ora - ma se ci proviamo sì. Come nella scena delle tre prove di Indiana Jones e l'Ultima Crociata. Basta un balzo della fede.
Ecco, piove. E io penso all'ombrello. Ma un po' è pensare alla voce di tutte le persone che perdi, all'ebook che si mangia i libri ma in fondo i libri sono sempre lì. Se li vuoi leggere e se li vuoi scrivere. Tutto quello cui devi pensare è che se stai facendo una cosa, come un ombrello per esempio, fallo bene. Impegnati. Di più. Al meglio. Dai il meglio di te stesso. C'è il caso che ci debbano stare tremila anni di generazioni di persone sotto il tuo ombrello. E chissà quanti ancora dopo. Pensaci. Non buttarlo via quel progetto. Non farti fiaccare. Fai il persiano.
sabato 12 febbraio 2011
Sono Ancora Qui

Torno presto, promesso. È che ho scritto in questi mesi, tanto. E ho avuto un milione di cose da dire, ma che non riuscivo a dire. E così ho scritto ancora di più. E ho letto. E ho visto film. Per ora vi consiglio QUESTO. Siate felici, dice Bianco. Siate felici, dico io.
Spaccate teste, ribellatevi alla piaggeria, ribellatevi alla freddezza e all'opportunismo. Qualsiasi cosa facciate. Che siate panettieri, tramvieri o scrittori della Settimana Enigmistica. Ribellatevi alla stupidità e combattete la nullità delle persone. Ma non diventate il Minotauro, per favore. Mai. Non diventate il Minotauro, pensate a Bianco.
C'è tanto da dire, sì lo so. Lo sto scrivendo. Poi ne metto dei pezzi qui. E torno a parlare con voi.
lunedì 29 novembre 2010
State buoni, non alzatevi, abbiate speranza (ovvero Mario Monicelli e mia nonna)

La speranza è una cosa infame.
Così ha detto Mario Monicelli qualche tempo fa. E stasera, 29 novembre 2010, Mario Monicelli si è lanciato dal quinto piano dell'ospedale dove era ricoverato. Aveva 95 anni. Che è l'età esatta di mia nonna e se li metti insieme non sembra a una prima occhiata che abbiano un accidente in comune.
Cioè, Monicelli ha diretto film che hanno fatto la storia, I Soliti Ignoti, per esempio, L'Armata Brancaleone, La Grande Guerra, Amici Miei. E tanti, tanti altri. È stato una figura di spicco, come NON ce ne sono più, della cultura italiana.
Mia nonna ha fatto la mondina, poi ha incontrato mio nonno in via Torino, a Milano, si sono sposati e hanno fatto 3 figli. Ha portato la suocera a vivere con loro e ha fatto le pulizie per gente ricca fino a 70 anni suonati. Non è mai stata fascista né partigiana. Era una di quelle che ingrossano le file, sullo sfondo, nelle foto di una volta. Mia nonna non è mai andata in televisione a dire che siamo un popolo di codardi, abituati a essere dominati, non ha mai detto che dovremmo spazzare via un'intera generazione per salvarci. Anche se, probabilmente, la pensa allo stesso modo.
Mia nonna odia i miei capelli lunghi, dice che sono da femmina, odia i terroni, soprattutto dopo che il suo amante pugliese l'ha mollata due anni fa. Mia nonna è intollerante, un po' razzista e non sa scrivere altro che il suo nome. E le ci vuole un cinque minuti buoni per farlo. Quindi no, non è come Mario Monicelli. Eppure stasera mi è venuta in mente. Perché mia nonna, come Monicelli, credo si butterebbe dal quinto piano dell'ospedale se non avesse alternative. Che non è parlare di suicidio o malattia, non sto parlando di quello. Parlo di altro, se non lo capite sono spiacente per voi. A mia nonna fa schifo Berlusconi, tanto quanto il resto dei bastardi che fingono di governare e che quando si tratta di parlare di Italia o Popolo Italiano non si inglobano nel gruppo (ci avete mai fatto caso?). A mia nonna fanno schifo le meschinità. Fermi tutti, non dico che sia una santa. Mia nonna è una delle persone più rancorose e cattive (all'occorrenza) che conosco. Davvero. E sono anche molto propenso a credere che abbia qualche superpotere tremendo alla Rogue o alla Re delle Ombre. Quindi no, non sto dicendo che odia la meschinità perché è Madre Teresa di Calcutta. Anzi. Ma ha due palle che fumano come due ciminiere nella Londra della Rivoluzione Industriale.
E le fa schifo la meschinità, la bassezza, il compromesso del compromesso a tutti i costi. Il piegare la testa sempre e comunque. Lasciatemi almeno il mio tostapane, dicevano in Quinto Potere. Le fa schifo che non ci sia dignità, che fino alla fine, intesa come FINE, nessuno sia capace di alzarsi su quel tavolo quando il professor Keaton se ne va umiliato. O che nessuno si faccia sparare quando viene il momento di tradire la propria patria, nessuno (guardatevi la Grande Guerra -spoiler- ora). Questo le fa schifo. Che non ci siano esseri umani intorno a lei, ma ombre di esseri umani.
Mi metto nelle fila delle ombre, un po', che oggi mi è capitato di camminare fra loro, sedermi con loro, accettare i loro soldi e va bene così. Non sono un santo, proprio come mia nonna. Ma ogni tanto bisogna accendere la luce, gente. Ogni tanto ti devi buttare dal balcone e devi prendere in mano le redini della situazione. Basta cazzate. Basta perdere il cuore in cose che non lo meritano, per quanto scintillanti e piene di premi e ricompense sociali e monetarie e sessuali e tutto quello che volete. Basta dire sì se una cosa è stupida, anche se chi ce la dice è più vecchio di noi e ci paga per ascoltarla. Anche se fa male, basta.
Basta anche se non ne hai voglia. Nessuna voglia. Che guardare i cartoni animati è di gran lunga più piacevole. Credete che non lo sappia?
giovedì 21 ottobre 2010
Papà ti ammazza

"Dimmi una cosa che ti piace veramente,"
chiede la vecchia Phoebe a Holden.
Phoebe è la sorellina di Holden, è il suo genio, il suo saggio millenario di dieci anni che va a lezione di rutti e dà i consigli giusti, quelli che non vuoi sentire, ma sono gli unici che ti servono. E io una vecchia Phoebe la vorrei oggi.
Oggi che le cose non riesco a tenerle in piedi, che mi sento come quando costruivo con il lego astronavi che esistevano solo nella mia testa: mi mancavano i pezzi e mettevo quelli che trovavo e alla fine facevo l'astronave che volevo ma era brutta, con i colori assurdi - sempre il rosso che ne avevo migliaia di mattoncini rossi e invece di blu o verdi pochissimi e nero nessuno, mai.
Ma penso che non sono l'unico. Penso che c'è un bel casino in giro se ogni film in sala, o quasi, è un remake o un seguito o un dannato rifacimento di un rifacimento (pesco dal mazzo: stanno per fare il prequel di ALIEN e degli X-MEN, il remake del CALABRONE VERDE, del CORVO e di HELLRAISER, un nuovo SUPERMAN, TWILIGHT ZONE, CARS 2, MONSTERS & CO. 2, IL GRANDE GATSBY e un maledetto SCREAM 4), se cerchiamo così disperatamente quel maestro che non c'è, quello che ci dia la spinta e si levi dalle palle, quello che ci lasci il SUO posto, insegnandoci come fare prima di sparire. Che poi faremmo solo di testa nostra, ma almeno avremmo un inizio, una base. Se penso a TRON: LEGACY che deve ancora uscire (ma per lavoro ho già scoperto) o a quello schifo immane che è stato l'ultimo INDIANA JONES quello che mi viene in mente è che forse siamo alla disperata ricerca di un'autorizzazione, di un'autentica. Come se non credessimo di potercela fare da soli, come se avessimo bisogno del loro avallo per esistere. E se mi guardo intorno e leggo i libri (qualcuno ha detto vampiri?) che vengono pubblicati o i fumetti, la senzazione generale (che è generalizzata lo so, scusate, oggi non bado alle eccezioni) è che manchi davvero a tutti questa figura. Che è la statua, il passato da abbattere, la persona cui rubare il piedistallo, il libro magico, la combinazione della cassaforte; solo che adesso non c'è, non si vede, è sparita. E confusa.
Per un progetto speciale, enorme, che mi ha tolto il sonno per un anno intero e che non è ancora FINITO mi è capitato di cercarli questi maestri e di non trovarli, quindi lo dico perché mi è successo. Resti lì stranito. A mani vuote e carico di rabbia perché le tue aspettative sono sfumate in un nulla fatto di soldi, tempo, egoismo, fama e povertà di luce (di quella luce laica che riempie gli stadi e muove gli esseri umani un passo avanti). Sono tutti così banali. Sono tutti così scontati. E allora scrivi una storia che non è la storia che volevi raccontare, è un vuoto, tranquillizzante seguito di qualcos'altro, che vende, che assopisce e rasserena. E pensi che così possa andare, che magari così papà ti nota alla fine, e viene a farti la cara e a lasciarti le chiavi della macchina.
Ma non funziona. Non funziona nel cinema, nel fumetto, nei libri e nemmeno nella politica. Se i maestri non ci sono, allora bisogna fare da soli (e credo che sia ora, gente). Che fa paura e fa freddo. Che non ci sono strade battute per di là, ma solo sentieri pericolosi dove ti puoi perdere. Ma non hai scelta. È il tuo turno di costruire la piramide, non importa se l'hai progettata sferica e nessuno ti ha detto che si poteva fare. Non fa niente. Fallo e basta.
Oppure passi dalla vecchia Phoebe e ascolti qualcuno che viene da un'altra direzione, un maestro che ha la metà dei tuoi anni e una saggezza inspiegabile. Se fai così, allora va bene lo stesso, io penso. Il problema è trovarla una come Phoebe.
(Poi, detto fuori dai denti, io non capisco perché tutti i "figli di" dell'immaginario collettivo narrativo debbano essere maschi bianchi di 20/30 anni destinati a seguire la strada paterna. Voglio dire perché il figlio di Indiana Jones non poteva essere un'insopportabile secchiona che non vuole uscire dal suo laboratorio, una più simile al nonno? Perché il figlio di Kevin Flynn non poteva essere uno che odia i videogiochi e non sa andare in moto come Valentino Rossi? Perché il figlio di Bossi non poteva essere intelligente?
Come? Dici che lui è reale? Vuoi dire che... oddio. No, non può essere.)
giovedì 30 settembre 2010
Spari sulla Neve

Inception.
Io adoro Nolan. Non per tutto. Ma roba come The Prestige e The Dark Night l'ho amata tanto che gli fonderei una religione. E la prima parte di Inception, più o meno tutto Inception, è quasi così. Quasi però. A parte che mi sono rovinato tutto leggendo per settimane i post di gente che gridava al capolavoro, che si strappava i capelli inneggiando al film che salverà il cinema. Cioè, è un bel film, è molto meno stupido della media di film che la gente va a vedere e sono praticamente andati tutti a vederlo. Ma, sinceramente, davvero vi ha colpito così tanto?
Che devi lasciare andare, che quella cosa fottuta che ti lega anima e corpo al passato e condiziona tutto il tuo vivere non sia la tua ancora di salvezza ma il peso morto che ti trascina giù è un messaggio bellissimo. E lo sento, cazzo se lo sento. Come una lama nelle costole che mi sono infilzato da solo lanciandomi dalle scale. Così come sento i brividi ogni volta che Mal entra in scena. Una cattiva fantastica. Ma poi tutto va a puttane. Esclusi Mal e Dom gli altri personaggi sono solo macchiette - Ellen Page è un personaggio fondamentale, fa tutto, ci porta dentro i sogni e di lei non sappiamo niente, "vuoi venire a fare un lavoro illegale della madonna, sì grazie, ci sediamo su un lettino per una settimana, sì grazie, rischi la vita, sì grazie, ma cosa ti affligge? Gli altri lo sanno? Ti salvo io" ma andiamo cacchio! (per non parlare di Arthur che è l'unico di cui Dom si fida, ma anche di lui non sappiamo niente).
Ok, sono personaggi funzione, come il subconscio, sono il subconscio di Dom. Ci sta. Lo stanno salvando dal senso di colpa di Mal. Ma in questo caso la trama non mi sembra questa gran cosa difficile e originale che dicono tutti. Cioè, dopo 5 minuti sai come andrà a finire - dalla prima volta che si collega nel magazzino Dom non riesce più a far girare la sua trottola, da lì in poi il film scorre liscio e dritto come una freccia. Non c'è sorpresa. Questo non vuol dire che non sia un film scritto con i controcazzi, girato da dio e splendidamente montato. A tratti genio puro. Ma se questo è il film che deve salvare il cinema siamo messi molto, molto male.
Che poi. Mi pieghi i palazzi, mi fai vedere le scale impossibili, mi fai godere con una scena che continua a ruotare - e sei un cazzo di figo che mi alzerei a urlare a braccia aperte - e poi la scena d'azione clou me la metti in una landa innevata con gente che scia e spara all'indietro? E una valanga che George Lucas la faceva meglio (George Lucas degli ultimi 3 Star Wars non quello di un tempo)? Sul serio? James Bond ha fatto di meglio. Trent'anni fa. E anche Dove Osano le Aquile. Mi aspettavo di più, scusa. Preliminari indimenticabili, prima fase da sogno - che manco con Michelle Rodriguez - e poi un coito da schifo. E andiamo.
Vabbé la smetto. È un film molto bello. Sul serio. Geniale. Due ore e venti di esaltazione pura. E vado a rivederlo sicuro. E mi compro il dvd che magari dentro c'è la scena in cui si scopre che Michael Caine e Ellen Page stavano facendo sognare Leonardo di Caprio, era lui il loro soggetto. E l'idea del calcio mi fa esaltare come quando ero piccolo. Ma non è il capolavoro sconvolgente che alcuni dicono. Anzi, lo trovo tanto geniale quanto rassicurante. O forse sono io che mi aspettavo di più da uno che mi ha fatto ribaltare tutto quello che credevo del Joker cinematografico (e ci persi il cuore sul primo Joker, quello di Nicholson, quando avevo 11 anni) e che ha dato voce e volto alla mia vera anima di mago.
martedì 21 settembre 2010
Poi magari dopo (è la dura legge del gol)

Rabbia.
Tra le altre cose che faccio - che quest'anno sono state mille al giorno e migliaia di pagine ho scritto io quest'anno - sono la metà di uno studio editoriale/grafico. Si chiama Absink. Quello che facciamo è fare fascicoli, magazine e libricini per gente come Disney e DeAgostini e insomma roba così. E mi ci diverto. Perché ad esempio ora stiamo facendo dei libricini metà in inglese metà in italiano per i bambini e quando ci lavoro devo guardarmi i vecchi classici Disney o i nuovi film Pixar e sistemare il testo e ideare i giochi. Ed è una cosa bella, ci metto un po' di cuore, perché so che c'è una Bambina Grassa di Seymour là fuori che a quei libricini ci tiene e li aspetta. E poi mi pagano e siccome anche io devo magiarepagareilmutuocomprarelecose i soldi mi servono. Punto. E basta.
Dico di più, a volte è rinfrescante - molto diverso da dover scrivere una sceneggiatura che NON ne vuoi sapere e che quella sì rovina quello che sei, ti rovina il mezzo che hai, come montare il portapacchi carico su una ferrari. Si è mai visto? No. Non si è mai visto.
Quando prepariamo i progetti ci chiamano perché noi ci mettiamo l'anima. Non importa quanto sia piccolo o "venduto" noi ci mettiamo idee, le nostre idee, e le nostre notti insonni. Io lo faccio per la Bambina Grassa di prima e rompo le palle che manco Sheldon al povero Ale Minoggi che mi fa dà metà. E alla fine viene fuori una cosa che tutti restano a bocca aperta e che bello, il progetto più bello dell'anno.
Poi succede, immancabilmente, come oggi. Che mi chiamano e mi dicono: eh, allora, questo lo togliamo perché magari non ci danno l'approvazione e non vorrei che poi - questo no, perché è difficile da concepire - questo no perché noi di questo personaggio non possiamo sapere queste cose, le sanno gli autori non noi. E via così. Che posso pure capire, eh. Le logiche del mercato, di quello che sta più in alto. Per carità, pure loro devono pagare il mutuo etc. Non è quello. Sono io. Io che ascolto e poi dico: ok, poi magari dopo vediamo. Poi magari dopo un cazzo, non c'è un poi magari dopo. Mi fa arrabbiare. Mi fa arrabbiare perché in questo cavolo di Paese siamo sempre a questo punto. Provi un 10, magari addirittura un 11, e immancabilmente devi scendere a 3. Carrellata di libri, serie TV, film ed esseri umani d'Italia, please. E poi cominci a pensarlo. Le cose sono così e basta. Questo pensi. E lo accetti, te lo fai circolare nel sangue, te lo innesti nelle mani e nelle pause della giornata. Te lo mangi, e te lo fai piacere. Lo digerisci pure, diavolo. Questo è. E io non voglio. Sono una testa di cavolo. Non capisco mai come fare a trovare il modo. Il maledetto MODO. Zooey me lo ripete sempre e io insisto ad andare in giro con quel libro bianco e a rifiutare una santa zuppa di pollo fatta in casa. Non imparo mai. Mai.
Iscriviti a:
Post (Atom)





